Ecco a che cosa pensano gli animali

Un saggio rivela che cosa passa nella mente degli animali.

Molto più del primordiale istinto di autoconservazione, ben oltre il desiderio naturale di nutrirsi, riprodursi e dormire. Molti animali possono costruire pensieri articolati, addirittura trasmettere vere e proprie tradizioni. A rivelarlo è l’etologo e biologo Karsten Brensing con il suo saggio Cosa pensano gli animali, edito da Newton Compton e pubblicato lo scorso novembre.

Gli animali sono molto più simili agli uomini di quanto immaginiamo. Sesso, cultura, comunità, pensieri, sentimenti, evoluzione“, afferma Brensing. Addirittura è possibile parlare di vera e propria “cultura” (nel senso latino derivante da colère, ovvero “coltivare”) in quanto “hanno sviluppato sofisticati sistemi di organizzazione sociale e di comportamento che rientrano a pieno titolo negli schemi che gli esseri umani chiamano ‘cultura’“. Diverse specie di animali presentano diversi tipi di attitudine. Gli elefanti, per esempio, sono molto territoriali e pensano molto al modo di abitare i propri spazi. “Si trasmettono attraverso le generazioni – scrive l’autore – la conoscenza delle sue caratteristiche, per esempio la posizione delle pozze d’acqua che usano come piscine“. A proposito degli spostamenti, Brensing propone un parallelismo con i comportamenti umani: “Hanno un modo di spostarsi (gli elefanti, nda) nel loro spazio, vasto circa diecimila chilometri quadrati, che ricorda il nomadismo umano“.

E a chi dovesse pensare ad un banale istinto migratorio, l’etologo risponde: “Niente a che vedere con le migrazioni degli uccelli o delle balene, dettate nella maggior parte dei casi da influssi esterni come il clima o il cibo“. Si tratta, invece, di modelli comportamentali propri, quindi pensieri, che possono formare anche “una sorta di tradizioni che si trasmettono culturalmente tra le generazioni“.

Questa “marcia in più” degli elefanti, presenti anche nel cervello dei delfini, delle grandi scimmie e dell’uomo stesso, deriva dall’azione dei neuroni di Von Economo, ovvero neuroni fusiformi che collegano aree lontane del cervello permettendo all’individuo, anche animale, l’elaborazione di informazioni complesse.

Come ampiamente prevedibile, l’intelligenza sociale raggiunge il picco nei primati. I bonobo, per esempio, protestano molto vivacemente se non vengono trattati in conformità alle regole “sociali” condivise. Questo modello comportamentale è stato analizzato dalla primatologa Zanna Clay. Dal suo studio, citato da Brensing, si evince che se un bonobo subisce un’aggressione arbitraria e immotivata, dunque non giustificata dalla competizione per una risorsa, protesta in modo molto più veemente di quanto non faccia se l’aggressione ha una ragione di tipo punitivo.

Sorprende la capacità di astrazione di alcuni animali, in particolare degli anatroccoli. A tal proposito, l’autore cita uno studio condotto dagli etologi Antone Martinho e Alex Kacelnik del dipartimento di Zoologia della Oxford University. I due ricercatori hanno formato due gruppi di neonati di anatra: al primo hanno mostrato, al momento della nascita, due forme solide diverse, un cubo e un parallelepipedo; al secondo gruppo hanno mostrato due solidi uguali, due sfere dello stesso colore. Questo studio fa leva sul fenomeno dell'”imprinting“, istinto proprio degli anatroccoli che li porta a considerare la figura più vicina a loro al momento della nascita come la loro “mamma”.

I ricercatori hanno notato come gli anatroccoli che avevano avuto l’imprinting sui due solidi diversi iniziassero a seguire (proprio come se fosse la loro “mamma”) anche altre coppie di solidi diversi, come un cubo e una piramide. L’altro gruppo, invece, ha iniziato a seguire coppie di sfere anche di altro colore. “Questo esperimento – spiega Brensing – indica che gli anatroccoli, nei primi giorni di vita, riescono a generalizzare. Del resto, la loro sopravvivenza subito dopo la nascita dipende dalla vicinanza con la madre e i fratelli. E il fatto che l’attaccamento stimolato da un indizio visivo si generalizzi permette loro di identificarli anche al variare delle condizioni di visibilità, prospettiva o distanza“.

Un comportamento che denota spiccata intelligenza è quello dei varani di Komodo. Come spiega l’autore, basandosi su uno studio del biologo Gordon Burghardt, questi rettili si divertono a mordere e tirare oggetti che per loro non hanno alcun valore alimentare, un po’ come fanno i cani e i gatti. In sostanza, nonostante l’aspetto da temibili draghi, i varani sono dei giocherelloni.